Ci sono computer che vengono ricordati per la loro potenza. Altri per il design, il sistema operativo o il successo commerciale.
Raspberry Pi appartiene a una categoria differente.
Il suo merito più grande è probabilmente quello di aver ricordato a milioni di persone che un computer può essere anche qualcosa da aprire, collegare, programmare, modificare e persino sbagliare.
Una scheda poco più grande di una carta di credito, venduta inizialmente per poche decine di dollari, è riuscita a entrare nelle scuole, nei laboratori, nelle aziende, nelle case degli appassionati e dentro una quantità quasi impossibile da catalogare di progetti.
E tutto era cominciato con un obiettivo molto più modesto.
Tornare a mettere le mani sui computer
Il progetto nasce nel Regno Unito. L’idea iniziale era cercare di riaccendere nei giovani quell’interesse per la programmazione che, negli anni Ottanta, computer come BBC Micro, Sinclair Spectrum e Commodore 64 avevano alimentato quasi naturalmente.
Lo stesso Upton ha raccontato che l’obiettivo originario era aumentare il numero di ragazzi interessati a studiare informatica a Cambridge. All’inizio si immaginava una produzione nell’ordine di appena diecimila unità.
Il 29 febbraio 2012 arriva il primo Raspberry Pi Model B.
Ha 256 MB di RAM, un processore ARM11 da 700 MHz e costa 35 dollari. Visto oggi, l’hardware sembra quasi preistorico. Ma il punto non era competere con un PC.
Era mettere un vero computer programmabile nelle mani di chiunque.
E funzionò molto meglio del previsto.

Dal primo Model B del 2012 al Raspberry Pi 5: la forma è rimasta familiare, le capacità molto meno.
Da scheda educativa a vero piccolo computer
Il salto successivo arriva rapidamente.
Nel 2015 Raspberry Pi 2 introduce un processore quad-core Cortex-A7 e 1 GB di RAM. Le prestazioni crescono in modo evidente, pur mantenendo il prezzo di 35 dollari.
Un anno più tardi arriva Raspberry Pi 3.
È una tappa importante perché introduce un processore ARM Cortex-A53 a 64 bit e, soprattutto, Wi-Fi e Bluetooth integrati. La scheda smette progressivamente di sembrare un esperimento da laboratorio e diventa una piattaforma molto più semplice da utilizzare all’interno di progetti reali.
Poi, nel giugno 2019, arriva Raspberry Pi 4.
Ed è probabilmente qui che cambia definitivamente la percezione del prodotto.
CPU Cortex-A72, USB 3.0, Gigabit Ethernet, doppia uscita video e quantità di memoria molto superiori trasformano Raspberry Pi in qualcosa che può essere utilizzato anche come piccolo desktop o server domestico. Raspberry Pi stessa lo descrive al lancio come il primo modello capace di offrire, per molti utenti, prestazioni da PC.
Le configurazioni arriveranno fino a 8 GB di RAM.
Per un dispositivo nato sette anni prima con 256 MB, il confronto dice già quasi tutto.
Ma cos’è, esattamente, un Raspberry Pi?
La definizione più semplice è single-board computer, spesso abbreviato in SBC.
Significa che processore, memoria, controller e buona parte delle connessioni necessarie a un computer sono concentrati su una singola scheda.
Si collega un alimentatore, una memoria di massa, un monitor se necessario, e può eseguire un vero sistema operativo.
Ma la caratteristica che lo distingue da un normale mini PC è soprattutto quella fila di pin presente sul bordo della scheda: il GPIO.
Attraverso quei contatti Raspberry Pi può dialogare direttamente con sensori, relè, LED, motori, display e una quantità enorme di componenti elettronici.
È la parte che trasforma un piccolo computer in uno strumento per costruire qualcosa.
Ed è anche la ragione per cui non va confuso con schede come Arduino o con Raspberry Pi Pico: questi ultimi sono soprattutto microcontrollori, pensati per eseguire programmi specifici e controllare direttamente l’hardware. Un Raspberry Pi tradizionale è invece un computer completo, normalmente capace di eseguire Linux e più applicazioni contemporaneamente. La stessa Raspberry Pi distingue chiaramente la famiglia Pico dai propri computer general-purpose.
Raspberry Pi 5: ormai siamo molto lontani dal 2012
Nel 2023 arriva Raspberry Pi 5.
Il cuore è il Broadcom BCM2712: quattro core ARM Cortex-A76 a 2,4 GHz, affiancati da una GPU VideoCore VII. Per la prima volta compare anche RP1, un controller I/O progettato direttamente da Raspberry Pi.
Secondo Eben Upton, Raspberry Pi 5 offre circa due volte e mezzo le prestazioni di Pi 4 e oltre cento volte quelle del primo Raspberry Pi.
Ci sono poi PCI Express, doppia uscita 4K a 60 Hz, USB 3, Gigabit Ethernet e configurazioni che oggi arrivano fino a 16 GB di RAM.
È sempre un Raspberry Pi.
Ma chiamarlo semplicemente “computerino da 35 dollari” ormai significa descrivere un’altra epoca.

Il mio passaggio da Pi 3 a Pi 4
Anche il mio utilizzo è cambiato insieme alla piattaforma.
Sono partito con un Raspberry Pi 3. Poi sono passato a un Raspberry Pi 4 con 8 GB di RAM, che è ancora oggi una delle macchine più interessanti che ho in casa proprio perché può assumere identità completamente diverse cambiando semplicemente software e configurazione.
Nel mio caso lo utilizzo, alternativamente, per due compiti molto differenti.
Il primo è Home Assistant, una piattaforma open source dedicata alla gestione della casa connessa. Permette di riunire dispositivi, sensori e automazioni che spesso appartengono a ecosistemi differenti e di controllarli da un unico ambiente.
È un argomento a cui dedicheremo un articolo specifico, perché dietro la parola “domotica” oggi si nascondono approcci molto diversi.
L’altro utilizzo è Plex Media Server.
In questo caso Raspberry Pi diventa un piccolo server multimediale sempre disponibile in rete: organizza film, serie, musica e altri contenuti e permette di riprodurli sui dispositivi compatibili presenti in casa.
Due utilizzi quasi opposti.
Da una parte controllare luci, sensori e automazioni. Dall’altra distribuire contenuti multimediali.
La scheda è sempre la stessa.
Ed è probabilmente la migliore spiegazione possibile di cosa abbia reso Raspberry Pi così popolare.

E il Raspberry Pi 6?
Qui vale la pena separare le aspettative dai fatti.
Dopo Pi 5 è inevitabile iniziare a parlare di Raspberry Pi 6, e lo sviluppo della prossima generazione è naturalmente un tema già presente all’interno dell’azienda.
Ma non c’è un nuovo Raspberry Pi 6 pronto al lancio. Almeno alla data in cui sto pubblicando questo post.
Nel 2026 Eben Upton ha spiegato che i modelli principali Raspberry Pi tendono ad avere una vita da flagship di quattro o cinque anni e che Pi 5 potrebbe persino rimanere centrale più a lungo del solito. In una sessione del maggio 2026 ha indicato che una nuova generazione non è attesa prima dell’inizio del 2028.
Nel frattempo la piattaforma Pi 5 continua ad allargarsi.
Sono arrivati Compute Module 5, varianti con quantità differenti di memoria e prodotti come Raspberry Pi 500 e 500+, il computer integrato nella tastiera basato sulla stessa architettura di Pi 5. Il 500+ offre 16 GB di RAM e SSD M.2 interno, a conferma di quanto la famiglia Raspberry Pi si sia ormai spinta oltre l’immagine originaria della semplice scheda educativa.
La prossima rivoluzione, quindi, può aspettare.
Pi 5 ha ancora parecchio lavoro da fare.
Una piattaforma, non un singolo progetto
Forse il modo migliore per descrivere Raspberry Pi oggi è questo.
Non è un computer destinato a fare una cosa.
È un computer che invita a chiedersi che cosa potrebbe fare.
Un server, una centralina domotica, una console retrogaming, un sistema di videosorveglianza, un NAS, una radio Internet, un controller, un piccolo laboratorio di programmazione.
O qualcosa che ancora non abbiamo deciso di costruire.
Nei prossimi articoli della sezione Progetti inizieremo proprio da qui.
Vedremo alcuni utilizzi concreti, a partire da Home Assistant, da Plex e da altri esperimenti costruiti attorno a queste piccole schede.
Perché alla fine è questo il tratto che Raspberry Pi ha conservato meglio dal 2012.
Non ti dice davvero cosa farne.
Ti mette semplicemente nelle condizioni di provarci.

