Commodore 64 8 min

Commodore 64: quando il software si comprava su carta

Prima dei download, il software arrivava anche dall’edicola. Paper Soft, i listati BASIC, i corsi Jackson e le riviste con cassetta raccontano gli anni in cui usare un Commodore 64 significava spesso imparare a programmarlo, una riga alla volta.

Ho usato tantissimo Paper Soft e ne conservo ancora gelosamente i numeri. Sfogliarli oggi significa ritrovare un modo di vivere il computer che richiedeva tempo, curiosità e una discreta disponibilità a litigare con la tastiera.

Il software poteva arrivare dall’edicola, stampato su carta. Per farlo funzionare, però, dovevo trasferirlo nel Commodore 64: una riga alla volta, compresi numeri, virgole e parentesi.

Oggi una proposta del genere farebbe alzare qualche sopracciglio: compro un programma e devo anche ricopiarlo?

Allora era normale. E quelle pagine potevano offrire molto più del gioco annunciato in copertina.

Il computer aspettava istruzioni

Quando ripenso al C64, la schermata blu del BASIC è importante quanto il joystick. Accendevo il computer e il linguaggio era già disponibile. Il cursore lampeggiava accanto a READY. e aspettava che succedesse qualcosa.

Per spiegare quanto fosse immediato cominciare, bastano due righe:

10 PRINT "CIAO"
20 GOTO 10

Scrivendo RUN, il computer riempiva lo schermo di saluti. Un programma piuttosto insistente, ma efficace nel mostrare il principio: scrivevo un’istruzione e la macchina la eseguiva.

Il BASIC era nato molto prima del Commodore 64, nel 1964, dal lavoro di John Kemeny e Thomas Kurtz a Dartmouth. L’obiettivo era avvicinare alla programmazione anche persone prive di una formazione specialistica.

Mi colpisce quanto quell’idea fosse concreta sui computer domestici degli anni Ottanta. Il linguaggio era davanti agli occhi fin dall’accensione. Per iniziare servivano soprattutto un esempio e la voglia di provare.

Le riviste fornivano entrambi.

Paper Soft: mille lire e qualcosa da costruire

La copertina di Paper Soft numero 5 dell’8 febbraio 1985 riassume perfettamente quella proposta. Mille lire, una papera sorridente e una promessa: software su carta.

Per il C64 annunciava Bunny hop e Munchmaze. Nello stesso numero trovavano spazio programmi per Apple, TI-99/4A, Spectrum e VIC-20.

Mi piace soffermarmi su quei loghi perché raccontano un mercato ancora molto diverso da quello attuale. Ogni macchina aveva il proprio ambiente, le proprie possibilità e spesso una versione particolare del BASIC. La somiglianza fra i comandi non garantiva che un programma funzionasse passando da un computer all’altro.

Paper Soft aveva debuttato il 15 giugno 1984 come settimanale. La cadenza era parte del suo fascino: nuovi programmi arrivavano con il numero successivo, senza aspettare un mese.

L’editoriale iniziale invitava anche i lettori a inviare i propri lavori. Considero significativo questo rapporto: chi comprava la rivista poteva contribuire a riempirla.

Il codice era qualcosa da usare, ma anche da leggere, discutere e modificare.

Una virgola poteva decidere il pomeriggio

Un listato era il programma stampato riga per riga. I numeri iniziali ne stabilivano l’ordine e consentivano alle istruzioni di richiamare altri punti del codice.

La progressione 10, 20, 30 lasciava spazio per aggiungere una riga 15. Un piccolo accorgimento pratico, prezioso quando bisognava correggere o ampliare il programma.

Il momento decisivo arrivava con RUN.

Poteva comparire il gioco. Oppure un messaggio come ?SYNTAX ERROR IN 120, che aveva almeno il merito di indicare dove cominciare a cercare.

Ripensandoci, il vero esercizio era spesso quello: confrontare il testo stampato con quello sullo schermo, distinguere una cifra, controllare una parentesi, capire se mancasse un segno.

Non voglio trasformare la fatica in una virtù obbligatoria. Ricopiare molte righe poteva essere noioso, e trovare un errore dopo una lunga sessione non migliorava l’umore.

Ma il listato offriva una possibilità che trovo ancora preziosa: osservare il funzionamento del programma dall’interno.

Potevo limitarmi a copiarlo, oppure cominciare a chiedermi che cosa facesse una variabile, perché ci fosse un salto a una certa riga, quale valore cambiasse la velocità di un movimento.

Era lì che il programma diventava anche un’occasione per imparare.

Le correzioni arrivavano in edicola

A volte il problema era sulla pagina.

Le rubriche di errata corrige pubblicavano rettifiche ai listati già usciti. Un numero sbagliato in stampa poteva compromettere il risultato anche dopo una trascrizione perfetta.

Trovo questo dettaglio uno dei più rappresentativi dell’epoca: la correzione di un programma poteva arrivare con un fascicolo successivo.

Oggi cerco una soluzione e mi aspetto di trovarla subito. Allora l’informazione seguiva il ritmo delle pubblicazioni, delle lettere alla redazione e della distribuzione.

Conservare le riviste aveva quindi anche un’utilità pratica. Una spiegazione, una correzione o una routine potevano tornare utili molto tempo dopo.

Dentro il BASIC c’era più di quanto sembrasse

Il BASIC del C64 permetteva di iniziare facilmente, ma non rendeva altrettanto semplice sfruttare tutte le capacità della macchina.

Per grafica e suono si incontravano presto istruzioni come POKE, che scriveva un valore in una posizione di memoria. Con POKE 53280,0, per esempio, il bordo dello schermo diventava nero.

Un indirizzo apparentemente oscuro produceva un effetto visibile. Per capire altri risultati servivano spiegazioni, tabelle e parecchia attenzione.

È anche per questo che i listati potevano assumere un aspetto intimidatorio.

Le lunghe sequenze di DATA contenevano valori utilizzati dal programma: potevano descrivere immagini, tabelle oppure istruzioni in linguaggio macchina. Una routine BASIC leggeva quei numeri e li trasferiva in memoria; un comando come SYS poteva poi avviare il codice.

Riguardando quelle pagine, tengo presente questa distinzione: un programma digitato attraverso il BASIC non era necessariamente composto soltanto da BASIC.

In mezzo a file interminabili di cifre poteva nascondersi proprio la parte che rendeva il gioco più veloce o interessante.

Tutto un mondo sugli scaffali

Avevo molte riviste, e Paper Soft era una parte di un panorama ben più ampio.

Fra i titoli che aiutano a ricostruirlo ci sono Commodore Computer Club, Commodore, MCmicrocomputer, BIT e Personal Software.

Le prime due, pubblicate da Systems Editoriale, si rivolgevano direttamente al mondo Commodore. Altre testate affrontavano più piattaforme e affiancavano programmi, prove di hardware, corsi e approfondimenti.

Su MCmicrocomputer, per esempio, nel 1984 comparivano articoli su Othello per VIC-20 e C64, caratteri e sprite, oltre a un’estensione del BASIC con nuovi comandi.

Mi interessa questa varietà perché mostra quanto potesse essere breve il passaggio dalla curiosità per un gioco alla curiosità per la macchina.

Partivo da un programma e potevo ritrovarmi a leggere come fosse costruita un’immagine o come funzionasse una parte del computer.

Jackson e la biblioteca a fascicoli

Il Gruppo Editoriale Jackson occupava uno spazio importante in questo mondo, con riviste come BIT e Personal Software, manuali e opere da raccogliere.

La formula dei fascicoli portava l’apprendimento in edicola. Ogni uscita aggiungeva una lezione; il raccoglitore trasformava gli acquisti successivi in un’opera da consultare.

Fra le collane c’era ABC Personal Computer, pubblicata nel 1983, con argomenti di hardware e software, BASIC compreso.

Per il C64, Video BASIC proponeva venti fascicoli accompagnati da cassette con lezioni e programmi. La carta spiegava, il computer permetteva di esercitarsi.

Le cadenze variavano: Video BASIC era quindicinale, mentre altre opere adottavano appuntamenti settimanali. Il corso Software, pubblicizzato nel 1985, prevedeva cinquantadue fascicoli da raccogliere in cinque volumi.

Riguardando questa offerta, riconosco un’idea didattica precisa: dare continuità alla curiosità, trasformandola in un percorso.

Special Program: la cassetta cambiava la proposta

Nello stesso panorama colloco anche Program e Special Program, pubblicazioni della SIPE, da distinguere dalle testate Jackson.

Program debuttò nel marzo 1984; Special Program arrivò nel maggio dello stesso anno. La cassetta faceva già parte della proposta.

Una curiosità che trovo particolarmente efficace riguarda proprio il supporto: Special Program distribuiva programmi per Commodore 64 su un lato del nastro e per Spectrum 48K sull’altro.

Due computer differenti potevano così condividere la stessa confezione, pur continuando ad aver bisogno di software specifico.

L’edicola offriva quindi esperienze diverse. Con Paper Soft il programma passava dalla carta alla tastiera. Con le riviste accompagnate da cassetta diventava possibile caricarlo direttamente.

La distinzione, però, non era assoluta: nel primo numero di Program convivevano la cassetta e una sezione di listati da ricopiare. L’intrattenimento pronto da caricare e la programmazione potevano stare nella stessa pubblicazione.

Per me è il dettaglio più interessante: l’arrivo del nastro non cancellava automaticamente il desiderio di capire il codice.

Quando il supporto prese più spazio della pagina

Con il tempo, il software diventò più articolato e il mercato offrì sempre più programmi già pronti da caricare. Cassette e floppy riducevano il lavoro necessario per arrivare al risultato.

L’affermazione di Amiga e Atari ST contribuì a cambiare aspettative e abitudini, ma non considero corretta l’immagine di una scomparsa improvvisa del mondo a 8 bit. Il Commodore 64 continuò ad avere giochi, utenti e pubblicazioni.

Anche i listati non divennero inutili da un giorno all’altro. Restavano adatti a esempi didattici, routine e piccoli strumenti. Era la pretesa di distribuire programmi complessi attraverso pagine da ricopiare a diventare meno convincente.

Per capire questo cambiamento penso al tempo richiesto al lettore: fra digitare un lungo programma e caricarne uno dal supporto, la comodità acquistava un peso sempre maggiore.

Le riviste conservarono altre funzioni. Potevano spiegare, recensire, insegnare e accompagnare il software, mentre una parte crescente del codice viaggiava su nastro o disco.

Perché quelle pagine sono ancora qui

Conservo gelosamente Paper Soft perché quelle riviste raccontano una parte della mia esperienza con il computer che riconosco ancora oggi.

Non ogni listato era memorabile. Non ogni programma funzionava al primo tentativo. E non bastava ricopiare codice per diventare programmatori.

Ma quelle pagine rendevano possibile un incontro diretto con le istruzioni della macchina. Potevo leggerle, provarle, cambiarle e vedere che cosa succedeva.

È questo che mi interessa ritrovare quando sfoglio un vecchio numero.

La copertina prometteva un gioco o un’utilità. Fra le pagine poteva esserci anche l’inizio di una domanda: come funziona?

E da quella domanda poteva cominciare molto altro.