Commodore 64 3 min

Il Commodore 64 e il rumore del futuro

Commodore 64 con monitor CRT, joystick e cassette

Negli anni Ottanta il futuro non arrivava silenziosamente. Faceva rumore.

Quello del registratore a cassette, per esempio. Un rumore che oggi probabilmente interpreteremmo come il segnale inequivocabile di qualcosa che si è rotto, ma che allora significava una cosa molto precisa: forse, tra qualche minuto, avremmo giocato.

Il Commodore 64 entrò in casa mia quando i computer non erano ancora oggetti invisibili. Non stavano in tasca, non sincronizzavano fotografie e non cercavano di capire cosa volessimo prima ancora che lo sapessimo noi.

Bisognava accenderli.

E poi bisognava aspettare.

READY.

Una delle cose che ricordo meglio del Commodore 64 è proprio quella scritta.

READY.

Un computer che non cercava di intrattenerti mentre caricava. Non mostrava fotografie, suggerimenti o notifiche. Ti diceva semplicemente che era pronto.

Adesso toccava a te.

Anche il cursore lampeggiante sembrava quasi una domanda.

E inevitabilmente arrivava qualcosa come:

LOAD "*",8,1

oppure una sequenza di comandi che oggi ricordiamo vagamente, spesso con quella sicurezza tipica di chi è convinto di ricordare perfettamente qualcosa che non usa da quarant’anni.

L’attesa faceva parte del gioco

Con le cassette la situazione diventava ancora più interessante.

Premere PLAY sul registratore era soltanto l’inizio.

Poi arrivavano rumori incomprensibili, schermate colorate, bordi lampeggianti e lunghissimi minuti durante i quali poteva succedere qualsiasi cosa.

Compreso niente.

Un errore di caricamento dopo dieci minuti aveva un valore educativo che nessun tutorial moderno è mai riuscito a replicare.

Eppure aspettavamo.

Forse perché non avevamo alternative. O forse perché l’attesa contribuiva a rendere quello che veniva dopo un po’ più importante.

Quando finalmente compariva la schermata iniziale del gioco, avevi già investito abbastanza tempo da sentirti moralmente obbligato a giocarci.

Anche se era terribile.

64 kilobyte

Oggi fa quasi sorridere.

64 KB.

Una fotografia scattata da un telefono moderno occupa migliaia di volte quello spazio.

Eppure dentro quei limiti sono nati mondi interi.

Grafica, musica, livelli, personaggi, joystick distrutti contro il tavolo e discussioni interminabili su quale gioco fosse migliore.

Il limite non sembrava un problema. Era semplicemente il terreno sul quale programmatori e musicisti dovevano inventarsi qualcosa.

Ed è forse questa una delle cose che continuo a trovare affascinanti nel retrocomputing: capire quanta creatività possa nascere quando le risorse sono poche.

Non è soltanto nostalgia

Non penso che tutto fosse migliore negli anni Ottanta.

I computer di oggi sono infinitamente più potenti, comodi e utili. E nessuno sano di mente dovrebbe desiderare seriamente di tornare ai tempi in cui per copiare un file poteva essere necessario prepararsi psicologicamente.

Ma qualcosa è cambiato.

Il computer era più comprensibile.

Potevi quasi percepirne i limiti. Capire cosa stesse facendo. Imparare un comando, sbagliare, riprovare.

Era contemporaneamente una macchina per giocare e una porta attraverso la quale molti di noi hanno iniziato a capire la tecnologia.

Il Commodore 64 non chiedeva di essere semplicemente utilizzato.

Invitava a curiosare.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui, dopo tanti anni, continuo a riaccenderlo.

Non perché voglia tornare indietro.

Ma perché ogni tanto è piacevole ricordare quando il futuro compariva su uno schermo blu e iniziava con una sola parola.

READY.